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  ariafritta [ ...un sottoprodotto dell'effetto serra... ]
         

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L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

(Art. 41 Cost. Italiana)

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24 agosto 2008

Polpette

 

    "La gara finisce. Non ho mai mangiato tante polpette in vita mia. Mi tocca pure proclamare la vincitrice, che è lei, quella del nove. Ecco, io vorrei che il tempo si fermasse in questo momento, per fotografare le emozioni profonde di quella donna.
    All'annuncio della sua vittoria, caccia un urlo, quasi disumano:
«Yessss!» accompagnato da un gesto poco gentile del braccio. Ha gli occhi rossi per le lacrime, ma assieme alla gioia, leggo un'enorme rabbia repressa.
    «Sì, ho vinto io» sembra dire «ho vinto IO, IO! Io ho vinto con la mia polpetta e vi ho battute tutte, tutte!»
    Solo in quel momento capisco.
    Questi si odiano, altroché!
    Passano tutto il giorno, tutta la vita, a misurarsi. Il giardino più bello, la casa più bella, i figli più bravi, il marito più ricco, con il lavoro più redditizio. Dalla macchina più costosa fino alla polpetta più buona!
Me la vedo, la signora, da dietro le tende a spiare i vicini. Magari è stata sempre considerata
«di serie B» dalle amiche, ma oggi, grazie alla polpetta, è la regina incontrastata del quartiere! Non importa se seguiranno giorni bui: oggi c'è la gloria e nessuno gliela può togliere."

ALLEVI, GIOVANNI: La musica in testa; Rizzoli; Milano; 2008; pag. 187




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22 luglio 2008

Dal low cost alla decrescita - come vivremo col petrolio oltre i 200 dollari


"Dal low cost alla decrescita. Come vivremo col petrolio oltre i 200 dollari"

Di Giampaolo Fabris

Il greggio a 200 dollari. Il greggio a 300 dollari. Cosa significherebbero scenari tanto devastanti per i consumi? Apocalittici ma non impossibili, almeno il primo. Per il secondo ricordo soltanto che era comunque fra le provocazioni del World Economic Forum di quest' anno. Con il greggio a 200 dollari lo scenario non è difficile da prevedere: basta estrapolare i meccanismi che i consumatori hanno messo a punto in questi anni per confrontarsi con una congiuntura così sfavorevole. Il punto di partenza non può che essere il precipitare di una parte consistente di famiglie al di sotto della soglia di povertà. Ma anche difficoltà generalizzate di accesso ad una molteplicità di consumi da parte di vasti settori dei ceti medi. Il primo acquisto a contrarsi è quello più esplicitamente chiamato in causa dal caro greggio ed anche quello che pesa di più sul budget familiare: l' auto non si sostituisce, si usa sempre meno, i nuovi acquisti privilegiano modelli a consumi ridotti. L' epoca dei Suv mangia benzina si è per sempre conclusa. Il nomadismo - uno dei trend più significativi degli ultimi decenni - tende a ridursi a livelli fisiologici. Perché accanto all' auto diverranno generi improponibili anche i lunghi viaggi che non saranno più low cost mentre la bici e gli scooter, ma non la moto, registreranno una seconda giovinezza. Le case saranno sempre più fredde d' inverno e l' aria condizionata d' estate, laddove gli impianti esistono, ridotta alle giornate torride. Gli acquisti alimentari invertiranno la tendenza degli ultimi anni a una minore incidenza sul budget e riprenderanno a presidiare una quota importante della spesa. Fenomeni oggi di nicchia come i farmers market, i kilometro zero con cibi locali e di stagione che abbattendo l' intermediazione consentono di contenere fortemente i prezzi ma anche la ripresa dell' autoproduzione agricola e più in generale dell' agricoltura coinvolgeranno segmenti crescenti della popolazione. L' inquietante fenomeno dello spreco (sino ad un quinto della spesa alimentare) scomparirà radicalmente. L' hard discount - che non pesa adesso su più del 10% degli acquisti - tenderà ad approssimarsi a quel 50% esistente in Germania che non cessa di turbare i sonni dell' industria di marca. Ed accanto all' hard discount si potenzieranno tutte quelle formule - dagli outlet ai mercati rionali, dagli spacci aziendali ai negozi dell' usato ma anche forme inedite di baratto - che già adesso stanno divenendo familiari agli italiani. Si ridurranno le quantità acquistate, le frequenze di consumo, tutti i beni di sostituzione - in primis l' abbigliamento - subiranno un forte rallentamento. Il macro fenomeno sarà verso versioni di marche/prodotti meno costosi e vedrà un forte ritorno dell' unbranded. Presumibilmente non si contrarrà la frequentazione di Internet, alleato prezioso nell' individuare soluzioni o opportunità che possano consentire di gestire una situazione tanto difficile. Lo scenario 300 dollari appare, a chi scrive, incompatibile con un' economia capitalistica così come oggi la conosciamo. Per cui o verrà fronteggiata con azioni adesso imprevedibili ma sempre possibili come il controllo manu militari delle zone dei pozzi da parte di consorzi di nazioni (quelle del G8?) oppure i grandi totem che il capitalismo ha sempre considerato come irrinunciabili dovranno venire profondamente rivisitati. In primis il concetto di crescita. Potrebbe allora trovare spazio e legittimazione, sia pure in maniera surrettizia ma che importa, quell' inevitabile decrescita di cui da tempo si parla. Intesa non come dramma o catastrofe ma come scelta doverosa e opportuna a fronte della limitatezza delle risorse, non solo di carburanti, del pianeta. Decrescita non come parola d' ordine di pochi intellettuali disadattati. Forse, invece, la nascita di un grande movimento di massa che smonti i concetti di felicità e di benessere, di telos e di futuro costruiti sino ad oggi per sostituirli con altri. Facendo cioè di necessità virtù. Un processo non all' insegna della depressione o del regresso ma come consapevole e condiviso superamento di un periodo storico - quello attuale che verrà ricordato non come un eden perduto ma come affetto da bulimia economica e dei consumi. Come patologia quindi.

Da La Repubblica del 21 luglio 2008


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28 maggio 2008

Greggio e capitale



"Greggio e capitale, togli il «turbo» dal motore" di Tommaso De Berlanga

Un solo barile di petrolio - 159 litri circa - contiene la stessa energia spesa in 25.000 ore di lavoro muscolare umano, l'equivalente di 12 persone al lavoro per un anno. In più, è ricco di elementi chimici fondamentali per l'industria farmaceutica e dei fertilizzanti; è la base della plastica e di mille altri componenti costitutivi del mondo contemporaneo. E fin qui è stato praticamente gratis. Non c'è infatti paragone tra quel che viene pagato il lavoro umano, anche nel più povero dei paesi del mondo, e il prezzo di un barile di greggio. C'è un esempio, fatto da alcuni scienziati, che chiarisce il concetto. «Riempite la vostra macchina di amici e qualche borsone, partite e andate finché non avrete consumato un euro di benzina, ossia 7-8 chilometri. Andate a Dacca e chiedete a un portatore di risciò di fare lo stesso lavoro per lo stesso prezzo. Poi cominciate a correre».
Si può affermare senza tema di smentita che il greggio abbia rappresentato per un secolo il vero e proprio «turbo» applicato al motore del capitalismo, quello che gli ha permesso di realizzare risultati altrimenti inconcepibili. La rivoluzione industriale basata sul carbone aveva fatto raddoppiare la produzione e perciò anche la popolazione umana; il petrolio ha moltiplicato per 10 quelle cifre. Nessuna organizzazione del lavoro, neppure la più scientifica e dittatoriale, avrebbe potuto conseguire lo stesso risultato, senza questa fonte di energia di fatto gratuita.
Se hanno ragione gli scienziati che studiano il «peak oil» - l'unica incognita nei loro calcoli è rappresentata dalla quantità delle riserve ufficiali (in genere un segreto di stato, quasi sempre con dati sovrastimati) - questo «turbo» sta per fondere. Dopo il «picco» l'estrazione di greggio comincerà a scendere, rendendo impossibile non solo la «crescita» ma persino il mantenimento dell'attuale struttura dei consumi. Siamo incerti insomma solo sul «quando» ciò avverrà, non sul «se». La stessa Agenzia internazionale dell'energia, dipendente dall'Ocse, ipotizza il drammatico momento di svolta nel 2013. Nel frattempo, prevede una carenza del 10% dell'offerta rispetto alla domanda entro pochi anni. Domattina, in pratica.
I principali governi mondiali sono quindi più che informati. Ma non si ha notizia di un qualche «piano» per affrontare l' incipiente emergenza. Un problema di queste dimensioni, che mette in discussione l'esistenza stessa della civiltà fin qui raggiunta, nonché la vita immediata della stragrande maggioranza della popolazione globale, richiederebbe - secondo logica - quantomeno un «governo mondiale» e un'infinita capacità di cooperazione. Sogni proibiti, in un mondo condannato a morte dall'imperativo multipartisan della «competitività»: tra imprese (e relativi lavoratori), filiere, paesi, continenti. Una «competizione di tutti contro tutti» che ci pone già oltre la fine della (seconda) globalizzazione. E che prepara solo conflitti. Chi aveva più informazioni e potenza militare - gli Usa - è già corso all'accaparramento delle risorse strategiche residue, conquistando (difficoltosamente) l'Iraq e presidiando il Golfo (il 65% delle riserve conosciute). Gli altri si arrangino.
A lasciar fare al mercato, insomma, la fine è nota. Una sinistra degna di questo nome avrebbe un terreno sconfinato su cui lavorare e ricostruire un senso.

Da Il Manifesto del 25 maggio 2008


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27 maggio 2008

Se il petrolio va a picco



"Se il petrolio va a picco" di Francesco Piccioni


«Per rimpiazzare greggio e gas naturale non c'è nulla sulla terra». Parla l'astrofisico Di Fazio

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).
Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.
Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.
Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.
Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.
Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.
Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.
Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.


Da Il Manifesto del 25 Maggio 2008


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27 aprile 2008

L'energia è l'economia


L'energia è l'economia

    L'energia - le fonti energetiche (petrolio, gas, carbone...) - è stata trattata per troppo tempo come un bene economico analogo agli altri. Solo di recente qualche economista comincia a riconoscere la peculiarità dell'energia rispetto alle altre risorse oggetto di attenzione economica. Per lo studioso di scienze fisiche e naturali, è facile riconoscere all'energia un ruolo privilegiato: la legge della conservazione dell'energia è probabilmente la legge più "inviolabile" nella rappresentazione moderna dell'universo e di tutti i processi dalla scala subatomica, alla biologia, alla cosmologia.
    Non ci risulta finora nessun tentativo di far ricadere anche le leggi dell'economia sotto la legge più generale (e sicuramente più forte) della conservazione dell'energia. La cosa è fattibile e sarà presto fatta, ma per intanto si  può sottolineare che l'energia non è sostituibile se non con altre forme di energia - al contrario di altre risorse a cui potete pensare, sostituibili fra loro. Un'altra differenza di cui alcuni si stanno rendendo conto negli ultimi anni è che l'energia ha la "strana" proprietà di non essere riutilizzabile nè riciclabile: si può usare una sola volta, poi "non c'è più".
    Altra differenza: l'energia serve per movimentare, modificare (elaborare) tutte le altre risorse che utilizziamo nella nostra organizzazione economico-sociale: nessuna di queste altre risorse ha un ruolo comparabile. L'energia ha creato e mantiene in vita questa organizzazione. Senza energia non esisterebbe economia: l'energia è l'economia.
    L'energia è ricchezza (o prodotto; o se preferite è prodotto interno lordo): per produrre qualsiasi forma di ricchezza, dal cibo ai vestiti, dai medicinali ai trasporti, dai servizi all'intrattenimento, consumiamo energia. In maniera più esplicita: trasformiamo energia in ricchezza. Il trasformatore è il nostro apparato tecnologico e organizzativo - cresciuto negli ultimi due-tre secoli. Non possiamo nascondere qui che di questo grande apparato trasformatore hanno fatto e fanno parte anche gli apparati militari (e politici in minor misura). Una formulazione di questo concetto più grezza ma efficace: "Le nostre società trasformano il petrolio in ricchezza" ci fa immediatamente scorgere il come ed il perché di tanti accadimenti.

(ZECCA, ANTONIO; ZULBERTI, CHRISTIAN: Cambiare la testa è possibile anzi inevitabile; in: Limes - rivista italiana di geopolitica, n.6/2007;  Gruppo Editoriale L'Espresso)


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25 marzo 2008

Science fiction ?




"Stavo parlando del progetto Caffeissimo [...] La nostra Società sta distribuendo omaggi del nuovo prodotto in quindici città-campione. E' una campagna pubblicitaria di tipo tradizionale: la solita offerta gratuita del prodotto per tredici settimane, mille dollari in contanti, e una vacanza sulla riviera ligure a chiunque lo richieda. Ma la grossa novità è questa: ogni campione di Caffeissimo contiene tre milligrammi di un comune alcaloide. Non è una sostanza nociva, beninteso, ma condiziona in maniera permanente all'uso del prodotto chi la ingerisce. Dopo dieci settimane il consumatore diventa nostro per tutta la vita. Una cura disintossicante gli verrebbe a costare come minimo cinquemila dollari, quindi sarà molto più pratico per lui continuare a bere il nostro caffè: tre tazze durante i pasti e una cuccuma sul tavolino da notte, come sta scritto sul nostro barattolo."

(POHL, FREDERICK; KORNBLUTH, CYRIL M.: I mercanti dello spazio; Mondadori; Milano; 1962; pag. 7)




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5 marzo 2008

Elogio dello Stato sociale

Elogio dello Stato sociale

di Luciano Gallino

Produrre e riprodurre l’essere umano, quale entità biologica, sociale e culturale, comporta molti tipi di costi. Vi sono i costi necessari per ridurre gli aggravi della malattia, degli incidenti sul lavoro, della vecchiaia vissuta in solitudine. I costi per far fronte alla disoccupazione involontaria, alle traversie familiari, a improvvise crisi economiche e sociali. Ma anche i costi per poter godere di un tempo libero non solo marginale, e per poter scegliere liberamente se e quanto studiare, nonché il tipo di professione che si preferisce, indipendentemente dalle limitazioni dovute al fatto di essere nati in un determinato strato sociale.

Lo Stato sociale (Stato del benessere, welfare state) può quindi essere definito come lo Stato che si assume la responsabilità di coprire nella maggior misura possibile, per il maggior numero di persone possibile, i suddetti costi di produzione e riproduzione dell’essere umano. Chiedendo a ciascuno, beninteso, un congruo contributo. E ponendo speciale attenzione ai costi che non è nemmeno pensabile di poter coprire mediante comportamenti individuali virtuosi, poiché essi superano qualsiasi possibilità di risparmio o di spesa o di acquisizione di informazioni disponibili alla persona. Un giovane non può scegliere la professione che più gradirebbe, ma che comporta molti anni di studi superiori, se fa parte di una famiglia povera, che ha un estremo bisogno di mandarlo a lavorare al più presto per integrare il proprio reddito. Una lavoratrice che per molti anni guadagna in media sei-settecento euro al mese, perché non riesce a trovare un’occupazione stabile, non è nella condizione di investire il 30% di quel salario per farsi una pensione integrativa. Una famiglia, anche se di classe media, che perda di colpo il maggior produttore di reddito, si tratti del padre o della madre, avrà serie difficoltà a sostenere il costo degli studi dei figli.

Così inteso, lo stato sociale è stata una grande conquista civile della seconda metà del XX secolo, anche se le sue radici han cominciato a svilupparsi nell’Ottocento. Conquista ottenuta in gran parte con le lotte dei sindacati e l’azione dei governi socialdemocratici, laburisti, di centro-sinistra dell’epoca. Ma anche con il contributo non irrilevante di forze politiche conservatrici. Colui che si può definire l’inventore del moderno Stato sociale, William Henry Beveridge, lui stesso un moderato, pubblicò il suo primo rapporto – Social Insurance and Allied Service – in piena guerra, nel 1942, su richiesta del governo conservatore di Winston Churchill, che poi ne adottò su larga scala i suggerimenti. In un secondo rapporto, del 1944, Beveridge proponeva un piano per favorire l’occupazione e una più equa distribuzione del reddito. Né Beveridge né Churchill erano mossi solamente da intenti umanitari. Intendevano contrastare l’influenza ideologica e politica dell’Urss, che essi prevedevano si sarebbe estesa in Europa dopo la guerra, come in effetti avvenne. Ciò significa che nelle fondamenta dello Stato sociale quale lo abbiamo conosciuto, non c’è stata soltanto una ispirazione «comunista», come oggi qualcuno direbbe, ma anche una discreta dose di timore che le idee della sinistra avessero presa sulle masse lavoratrici.

Oggi lo Stato sociale appare in difficoltà per ragioni al tempo stesso ideologiche e materiali. Tra le prime va collocata la vittoriosa offensiva in Europa e nel mondo dell’ideologia neo-liberale, il cui nucleo costitutivo è l’idea che ciascuno deve far fronte validamente, con le proprie sole forze, alle vicende della vita. Se non ci riesce, tanto peggio per lui o per lei: finirà nella vasta schiera dei perdenti, ai quali i vincitori, certi di aver meritato la propria vittoria quanto i primi hanno meritato la sconfitta, destineranno compassionevolmente qualche modesto sussidio. In questa prospettiva spietata, lo Stato sociale viene naturalmente presentato come un costoso aiuto prestato a individui che di fatto non ne avrebbero diritto.

I fattori materiali della crisi dello Stato sociale vanno visti anzitutto nell’aumento dei costi di produzione e riproduzione – biologica, sociale e culturale – dell’essere umano al livello di civiltà che abbiamo raggiunto. Far studiare i figli per vent’anni, dalla materna all’università, costa molto di più che non metterli al lavoro appena finita la scuola dell’obbligo. I progressi della medicina e della chirurgia continuano a migliorare la durata e la qualità della nostra vita, ma richiedono infrastrutture e tecnologie sempre più costose. Le persone non muoiono opportunamente poco dopo essere andate in pensione, come accadeva quando Bismarck – altro antenato di destra dello Stato sociale – introdusse uno dei primi sistemi previdenziali obbligatori. Vivono in media circa vent’anni dopo il collocamento a riposo, e le casse degli enti pensionistici ne soffrono. Anche se non soffrono affatto nella misura che i neo-conservatori sono usi denunciare, al fine di forzare riforme delle pensioni di fatto scarsamente attinenti ai problemi reali del sistema previdenziale, come sta avvenendo in questi anni in Italia.

Un altro fattore che pesa sulla struttura tradizionale dello Stato sociale è la diffusione del lavoro discontinuo, flessibile, precario, che si osserva nel nostro come in altri paesi. Da ciò nasce una preoccupante forbice: i bisogni di protezione e di tutele di vario ordine che lo Stato sociale ha per vocazione di assicurare aumentano, mentre diminuiscono i contributi che i lavoratori versano per alimentare il suo bilancio. Questi diversi fattori portano a dire che la copertura dei costi dell’uomo assicurata dallo Stato sociale va oggi cercata anche per altre vie. Se, ad esempio, il reddito da lavoro è discontinuo, e quindi minore, per un numero crescente di persone, bisognerà trovare nuovi modi per integrare il finanziamento dei costi della sanità, della maternità, della previdenza, del sostegno economico da erogare alle persone nei periodi di non lavoro. Quel che occorre in ogni caso difendere è la concezione stessa alla base dello Stato sociale: i costi dell’essere umano sono così elevati, così imprevedibili per ogni persona, così negativi per le famiglie e per la società quando non si riesce a coprirli, da richiedere che la responsabilità di sopportarli sia assunta dalla collettività, ovvero dallo Stato, come uno degli scopi più alti della politica, anziché essere accollata senza remore né mediazioni al singolo individuo.

(da “La Repubblica” del 4 ottobre 2005)





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4 gennaio 2008

Petrolio a 100 dollari il barile...






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11 dicembre 2007

Una ricchezza sbagliata


Una ricchezza sbagliata

di Nicola Cacace

pubblicato su L'Unità del 25 ottobre 2007

La forte e crescente ondata di malessere del Paese viene dalle condizioni di invivibilità da bassi salari e stipendi che affligge gran parte della popolazione dopo venti anni di brutale redistribuzione della ricchezza. Anche le proteste che naturalmente si rivolgono anzitutto contro le forze di governo originano da questo malessere e approfondendo i dati ci si meraviglia semmai per la debolezza collettiva delle proteste. Per capire le origini del malessere basta guardare i dati sulla distribuzione della ricchezza e quelli su salari e stipendi. L’ultima indagine «il mestiere di sopravvivere» (Venerdì di Repubblica del 19 ottobre) è sconvolgente: si va dai 1300 euro/mese dell’infermiere con 20 anni di anzianità ai 1680 euro della direttrice di Galleria dell’Accademia con 27 anni di anzianità agli 820 euro di una operatrice di call center che lavora cinque ore al giorno alla Vodafone da dieci anni, senza parlare dei tre milioni che lavorano in nero. Trattasi di guadagni di fame, tra i più bassi d’Europa e lesivi della dignità personale.

A tale proposito è allarmante il dato rilevato da una recente ricerca della Banca d’Italia dal titolo: «Il divario generazionale: un’analisi dei salari relativi dei lavoratori giovani e vecchi in Italia» di Alfonso Rosolia e Roberto Torrini. Analizzando i dati Istat e della banca centrale, i due economisti rilevano che: «Alla fine degli anni ‘80 le retribuzioni nette mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% più basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza è quasi raddoppiata in termini relativi salendo al 35%». Non solo, ma «nel decennio 1992-2002 il salario mensile iniziale è diminuito di oltre l’11% per i giovani entrati sul mercato del lavoro tra i 21 e i 22 anni presumibilmente diplomati (da 1200 euro mensili a meno di 1100 euro) e dell’8% per i lavoratori tra i 25 e i 26 anni, potenzialmente laureati (da 1300 a 1200 euro mensili). Per entrambe le classi di età i salari di ingresso sono tornati nel 2002 ai livelli di 20 anni prima».

La diffusione del precariato si intreccia coi bassi salari ma non è il principale colpevole. Il precariato, che riguarda sopratutto i giovani, ha altre colpe oltre i bassi salari come l’incertezza che impedisce ogni progetto di vita decente, ma il problema salariale riguarda ormai una maggioranza crescente di cittadini.

Per capire la ratio di questi salari da fame basta dare uno sguardo alle cifre sulla redistribuzione della ricchezza che è stata brutale e profonda soprattutto a partire dagli anni novanta. A farne le spese sono stati i lavoratori dipendenti, gli artigiani, i piccoli autonomi e la classe media: secondo dati della Banca d’Italia in dieci anni la ricchezza (case, titoli e moneta) del 10% delle famiglie più ricche è passata dal 41% al 48% della ricchezza nazionale, quella del 40% delle famiglie di mezzo è passata dal 34% al 29% mentre quella del 50% delle famiglie più povere è passata dal 25% al 23%. La redistribuzione della ricchezza, che è stata una costante del neoliberismo vittorioso nel mondo a partire dagli anni ottanta di Reagan e della Thatcher, è oggi il male profondo che le forze riformiste devono denunciare e combattere se vogliono tener fede alla loro missione politica.

C’è un pericolo oggi: il pensiero liberista dominante, di cui l’ultima opera di Alesina e Gavazzi sul «liberismo di sinistra» è l’inno più recente. In buona sostanza, si tende ad affermare l’idea che la crescita economica risolva tutti i problemi, che mercato e concorrenza, lasciati liberi di esprimersi, daranno risposte a tutti i bisogni del Paese, anche quelli sociali. La realtà è diversa: certo che la crescita è condizione necessaria per una redistribuzione, ma essa non sarà sufficiente come non lo è stata dalla fine degli anni Ottanta al 2000 quando la nostra crescita economica non è stata malvagia e quando i frutti di quella crescita - ecco il punto - sono andati ad arricchire una minima parte della popolazione e ad impoverire le grandi masse.

Se oggi l’Italia è un’azienda indebitata e sottocapitalizzata, come dice Padoa Schioppa, se essa è patria dei più bassi salari d’Europa, va ricordato che, come dicono sempre i dati Bankitalia, essa è anche patria dei cittadini più ricchi d’Europa: la ricchezza in case, titoli e moneta degli italiani è pari a nove volte il Pil, più di 21mila miliardi di euro su 1.540 miliardi di Pil. Per capire come la redistribuzione della ricchezza dell’ultimo ventennio abbia arricchito una minoranza di italiani a spese delle masse, basta guardare alla ricchezza posseduta dai cittadini di altri Paesi europei che non supera mai cinque volte il loro Pil. Sotto quest’aspetto l’Italia assomiglia più agli Stati Uniti che a Francia e Germania, essendo come noto il gigante d’oltre Atlantico il Paese socialmente più diseguale al mondo.

Mentre l’Italia è il Paese più indebitato (105% del Pil) e più povero d’Europa (in 10 anni il Pil unitario è passato da +10% a -5% rispetta alla media europea) gli italiani sono il popolo “mediamente” più ricco d’Europa.

Di fronte a dati di questo genere, in un Paese non complessato dal peso di vecchie ideologie e culturalmente vivo, si svilupperebbe un dibattito serio su una qualche forma di «imposta sui patrimoni, almeno su quelli finanziari» che possa ridurre la condanna certa a 100 anni di sottosviluppo che aleggia sulle teste dei nostri figli e nipoti, che dovranno sobbarcarsi a decine d’anni di sottosviluppo per pagare ogni anno 70 miliardi interessi sul debito pari a tre finanziarie, senza alcun vantaggio per il Paese. Absit iniuria verbis! Come non detto. Da noi gli economisti ed i politici si sbracciano su declino italiano e crescita sotto le medie. Ma quale azienda, con un debito superiore ai suoi ricavi annui riesce a crescere sulle medie? Perché dovrebbe riuscirci un’azienda indebitata e sottocapitalizzata come l’azienda Italia?


Articolo preso da Eddyburg
Precisamente QUI




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6 dicembre 2007

...


“Ricompaiono figure mitologiche che credevamo defunte negli anni Trenta – l’Arabo, l’Europeo, il Cristiano europeo, l’Islamico, l’Americano –, ciascuna dotata di un carattere proprio che si riprodurrebbe come un patrimonio genetico in ciascun appartenente a quella tipologia umana. Questi miraggi sono prodotti da un pensiero, detto essenzialista o culturalista, che ignora gli interessi concreti senza i quali i conflitti tra «culture» o «civiltà» non avrebbero luogo, o almeno mai con quella intensità. Fascinati dalle scorciatoie suggerite dal culturalismo, i media occidentali da anni discutono di predisposizioni arabe, europee, statunitensi; di cristianesimo versus islam, di destini manifesti, di «nostri valori», di «invasioni islamiche», di civiltà inconciliabili, di religioni della guerra e dell’amore, insomma di tutto tranne che della dura faccenda spesso nascosta dietro queste rappresentazioni grandiose: il petrolio.”

(RAMPOLDI, GUIDO: I giacimenti del potere; Mondadori; Milano; 2006; pag. 22)





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26 novembre 2007

Citazioni gemelle


“Un popolo può essere altrettanto pericolosamente ipernutrito dalla potenza dei propri strumenti quanto dal contenuto calorico dei propri cibi, ma è assai più difficile riconoscere un debole nazionale per i watt che non per una dieta malsana. Il wattaggio pro capite che segna il punto critico per il benessere sociale sta entro un ordine di grandezza che è assai superiore alla quantità di cavalli-vapore nota ai quattro quinti dell’umanità e assai inferiore alla potenza controllata da chi guidi una Volkswagen. Non se ne rende conto né il sottoconsumatore né il sovraconsumatore. Né l’uno né l’altro è disposto a guardare in faccia la realtà. Per quanto riguarda il primitivo, l’eliminazione della schiavitù e della fatica più ingrata dipende dall’introduzione di un’adeguata tecnologia moderna, mentre quanto al ricco l’evitare una degradazione ancor più spaventosa dipende dall’efficace riconoscimento di una soglia nel consumo energetico oltre la quale i processi tecnici cominciano a determinare le relazioni sociali. Sia dal punto di vista biologico sia da quello sociale, le calorie sono benefiche solo fin quando rimangono entro lo stretto margine che separa l’abbastanza dal troppo.”

(ILLICH, IVAN: Per una storia dei bisogni; Mondadori; Milano; 1981; pag. 169)

 

“Si possono descrivere i progressi materiali di un paese in funzione del suo crescente appetito di energia e del successo che riscuote nel soddisfarlo. Le nazioni più ricche usano grandi quantità di energia, con grande raffinatezza e crescente noncuranza: a parte qualche sporadica lamentela sul prezzo della benzina o sulla bolletta della luce, la stragrande maggioranza di americani ed europei non si rende conto di usare energia, come non si rende conto di respirare.
Nelle nazioni più povere, invece, l’uso dell’energia è scarso, rudimentale, primitivo e assolutamente consapevole: per i poveri, ogni atto di consumo energetico è calcolato. Infatti, quando parliamo di povertà e di determinate condizioni che la caratterizzano – mancato accesso all’acqua potabile, o all’istruzione, per esempio, oppure produzione agricola insufficiente -, in realtà parliamo di mancato accesso all’energia: l’elettricità per azionare una pompa idrica oppure per illuminare un’aula scolastica; il gasolio per alimentare un trattore.”

(ROBERTS, PAUL: Dopo il petrolio; Einaudi; Torino; 2005; pagg. 159-160)



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7 ottobre 2007

Valli a capire...



Ci dicono che l'energia solare è una bufala.
Ma se la fanno gli israeliani, è una cosa furba.






2 ottobre 2007

10 miliardi



La terra a quota 10 miliardi(*)
Massimo Livi Bacci


Nello scorso mese di marzo, le Nazioni Unite hanno rese pubbliche stime e proiezioni della popolazione mondiale fino alla metà del secolo. Poiché gli andamenti demografici sono guidati da robuste forze d'inerzia, le previsioni, anche se spinte a qualche decennio di distanza, offrono un quadro sufficientemente robusto del futuro. Poiché la "bomba" demografica - come si diceva un tempo - non è più di moda, si è data poca attenzione ai risultati aggiornatissimi delle analisi. Eppure l'opinione pubblica è fortemente interessata dai grandi fenomeni planetari come l'accumulo dei gas serra ed il riscaldamento globale, la penuria dell'acqua e la desertificazione, la globalizzazione ed i mutamenti della geopolitica. Sono fenomeni che hanno tra le loro cause primarie l'andamento della popolazione, cioè dell'aggregato che consuma e che produce, che provoca nuovi squilibri e spinge alla ricerca di nuovi.

Dove va la popolazione mondiale? Sostituendo (ma solo per comodità) l'indicativo al condizionale, la popolazione del mondo, oggi di 6,7 miliardi, crescerà di altri 2,5 miliardi nei prossimi 43 anni fino a 9,2 nel 2050. L'aumento che si realizzerà nel periodo indicato è equivalente al numero di abitanti raggiunto (dopo un cammino di varie decine di migliaia di anni) nel 1950. Tutto l'incremento avverrà nei paesi in via di sviluppo (che passeranno da 5,5 a 8 miliardi di abitanti) perché in quelli ricchi la popolazione resterà all'incirca invariata (1,2 miliardi) grazie al sostegno dell'immigrazione e ad un trasferimento netto dai paesi in via di sviluppo (probabilmente sottostimato) dell'ordine di 2 milioni di persone all'anno. Il colossale sviluppo cumulativo della popolazione cela, tuttavia, la previsione di una robusta frenata della velocità di aumento: nel 2005 si sono aggiunti allo stock della popolazione 78 milioni di individui, ma nel 2050 se ne aggiungeranno "appena" 30.

Il futuro è pesantemente condizionato dall'effettivo contenimento delle nascite nei paesi poveri, che oggi si commisura a 2,7 figli per donna e che si pensa possa ulteriormente diminuire a circa 2 nel 2050, continuando una tendenza alla riduzione in atto da alcuni decenni. Questo implica un rafforzamento delle politiche di sostegno alla regolazione delle nascite, nonostante il venir meno degli aiuti internazionali volti a questo fine. La riduzione delle nascite implica anche che lo sviluppo continui, che sopravvivenza, salute, istruzione, reddito progrediscano, che i genitori possano investire di più sui figli, generandone meno (meno quantità, più qualità). Altrimenti il quadro prospettato non tiene. Se il corso del declino della fecondità fosse più lento, per ogni "decimo di figlio" in più della media di 2 (prevista per il 2050) ci sarebbero, alla stessa data, 230 milioni di abitanti aggiuntivi, ponendo qualche problema in più alla gestione del pianeta.

Sarà bene poi che coloro che vedono nella crescita demografica il germe di tutti le patologie del mondo, si rassegnino. Anche se tutte le donne dei paesi meno sviluppati si limitassero, da oggi, ad un unico figlio, la popolazione continuerebbe a crescere per vari decenni per l'inerzia accumulata insita nella giovane struttura per età. Tuttavia se il sentiero tracciato dalle previsioni fosse confermato, ci sono buone speranze che la spinta alla crescita si esaurisca prima della fine del secolo e che la popolazione del mondo si attesti intorno ai 10 miliardi di abitanti, il limite storico del ciclo secolare di crescita iniziato con la rivoluzione industriale. Ciò significa che il mondo deve attrezzarsi per far posto, nel resto del secolo, a tre miliardi di abitanti in più, tanti quanti se ne sono aggiunti nei quarant'anni trascorsi.

Sotto la potente spinta della demografia, cambierà la geografia demografica e anche quella del potere. Era europeo un abitante del mondo su quattro all'inizio del '900, ma nel 2050 il rapporto sarà di uno a quattordici; c'era un africano ogni undici abitanti nel pianeta nel 1950, ce ne sarà uno ogni quattro o cinque nel 2050. La vertiginosa crescita economica della Cina e dell'India, combinata con la loro massa demografica, farà pendere il baricentro del mondo verso l'Asia. Chi vuole investire sui figli (o sui nipoti) gli faccia imparare il cinese (vista la scarsa inclinazione di questi ad imparare l'inglese). La Cina, che aveva schiacciato il piede sul freno all'inizio degli anni '80 - con la politica del figlio unico - sarà superata dall'India nel 2025. Nel 2050 l'India, con 1,65 miliardi di abitanti, avrà un quarto di miliardo di abitanti più della rivale. Una frenata, quella della Cina, non priva di conseguenze pesanti: tanti figli unici (spesso urbanizzati) si troveranno in capo (metaforicamente) due genitori contadini, lontani, privi del sostegno tradizionale della solidarietà familiare, esclusi dal sistema previdenziale (che non c'è). Altro che la crisi del welfare europeo!

I nove miliardi di terrestri del 2050 avranno presumibilmente un capitale umano assai migliore dei sei miliardi d'inizio secolo: più salute, vita più lunga, migliore istruzione. O almeno così confidiamo, non senza esitazione, perché un'intera regione del mondo, l'Africa sub-sahariana, negli ultimi vent'anni, ha fatto paurosi passi indietro in termini di salute e di sopravvivenza. L'Italia, nel 2050, sarà più piccola, con quattro milioni di abitanti in meno, nonostante un afflusso netto di migranti che le Nazioni Unite - per il solito assai prudenti in materia - ipotizzano sui 140.000 all'anno fino alla metà del secolo. Missione non impossibile, ma doverosa, quella di farne dei cittadini (di fatto, quando non di diritto), anche se fossero di più.

*Editoriale pubblicato su "La Repubblica" l'11 Aprile 2007

Tratto da neodemos.it
Più precisamente, qui

(ah, date un'occhiata al demometro)


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16 settembre 2007

Agricoltura ed erosione nella storia



"Tagliando tutte le foreste che si erano ricostituite dopo la caduta dell'impero romano, gli europei, verso il 1300, devono fare i conti con la scomparsa delle terres novales, vale a dire delle terre rigenerate da quattro secoli di foresta, e le rese crollano passando da 30 a 7 quintali. Questo fatto provocherà le grandi carestie che, a loro volta, favoriscono tre grandi pesti a partire dal 1350 e la scomparsa di metà della popolazione europea. E' ora di sbarazzarsi del mito del progresso continuo che assilla l'umanità dai tempi di Auguste Comte. Non c'è mai stato un progresso continuo, ma solo civiltà che sono nate, si sono sviluppate e sono morte. Le civiltà mediterranee dimostrano chiaramente questi cicli di grandezza e decadenza. Gli studi archeologici mostrano che quando l'agricoltura sedentaria fa la sua comparsa nella mezzaluna fertile, le rese sono dell'ordine di 30 quintali per ettaro. Lo stesso vale per i primi siti agricoli della Grecia, dell'Inghilterra, della Francia e dell'Europa settentrionale. Tali rese, tuttavia, non erano destinate a durare. Già all'epoca di Cristo i suoli della mezzaluna fertile e della Grecia erano stati fortementi erosi. Soltanto quelli dell'Egitto, costantemente rigenerati dalle piene del Nilo, continuavano a mantenere intatte le loro rese. La civiltà egizia, d'altronde, è la sola che sia riuscita a durare 4000 anni in ambiente temperato grazie alla rigenerazione naturale dei suoli: le altre sono durate in genere 2000 anni. Nelle regioni tropicali i contadini asiatici hanno costituito la sola agricoltura durevole grazie alle risaie inondate che proteggono i suoli dall'erosione. Per più di 4000 anni la Cina ha prodotto 30 quintali di riso per ettaro, senza nessun calo nelle rese. Nell'impero romano, destinato a dominare le antiche civiltà mediterranee i cui suoli sono andati in rovina, le rese dei cereali sono elevate, dell'ordine di 20-30 quintali in Italia e fino a 40 quintali per ettaro nelle province ricchissime come la Tunisia e la Sicilia. Attualmente, con i concimi, la Tunisia produce 10 quintali per ettaro, il che dà un'idea dell'intensità della distruzione dei suoli produtta dall'agricoltura tramite l'aratura. Questa distruzione dei suoli favorirà la caduta dell'impero romano e per quattro secoli (dal IV all'VIII) in Europa le morti saranno superiori alle nascite e la foresta riguadagnerà le terre abbandonate dagli uomini. Per quattro secoli le foreste fertilizzeranno i suoli con il loro humus e con la risalita biologica degli elementi nutritivi operata dalle radici profonde degli alberi. Tale rigenerazione si arresterà con Carlo Magno, che pacifica l'Europa permettendo ai monaci di dissodare di nuovo la foresta. La grande fertilità dei suoli rigenerati permetterà per quattro secoli l'esplosione della civiltà romanza e della popolazione europea. Poi, le grandi carestie del 1300 provocheranno una fase di ristagno fino al XVIII secolo." 

(BOURGUIGNON, CLAUDE; BOURGUIGNON, LYDIA: Il suolo un patrimonio da salvare; Slow Food Editore; Bra (CN); 2004; pagg. 163-164)


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15 settembre 2007

Dal ciclo di DUNE


"La cosa che gli ignoranti non capiscono è che un ecosistema è un sistema. [...] Ciascun sistema si trova in uno stato di equilibrio dinamico che può essere distrutto da un solo passo falso in una sola nicchia ambientale. Un sistema ecologico fluisce da una fase all'altra... ma se qualcosa interrompe il flusso, l'ordine collassa. L'individuo privo di preparazione potrebbe non vedere il collasso in arrivo finché non è troppo tardi"

- Pardot Kynes, planetologo imperiale.

(HERBERT, BRIAN; ANDERSON, KEVIN J.: Preludio a Dune. 2 - Il Duca Leto; Mondadori; Milano; 2002: pag. 96)


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3 settembre 2007

L'esprit de l'escalier


Vado in vacanza, che libri mi consigliate?

Parto tra un'ora, lo so che è un po' tardi... leggerò le vostre segnalazioni a ferie concluse, ma va bene lo stesso.




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2 settembre 2007

La 500 elettrica a Torino




La Cinquecento elettrica. Ma non l'ha fatta FIAT!

Una vecchia Cinquecento è stata trasformata con successo a motore elettrico da un gruppo di ricercatori di ASPO Italia (Firenze), risolvendo i problemi di inquinamento in città e proponendo una via per ridurre emissioni di CO2 e consumo energetico.

Vieni a vedere il Cinquino blu elettrico a Torino, Piazza Castello VENERDI 7 SETTEMBRE 2007 alle ore 17,30 con Luca Mercalli ( SMI/Nimbus ) insieme all'équipe ASPO.
Seguirà presentazione e aperitivo "Auto Elettrica - Una soluzione ai problemi di clima e petrolio?" alle ore 19,30 - Salone AUTOECO , Oval Lingotto.



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1 settembre 2007

Tetris e l'economista


Immaginatevi di essere un economista che ama giocare a Tetris; un bel giorno, mentre state riempiendo la vasca da bagno, decidete di farvi una partita.

La sessione di Tetris sta andando favolosamente. Siete in stato di grazia. I pezzettini si incastrano perfettamente uno dopo l’altro; avete già sorpassato il vostro record e sapete di poter continuare a lungo.
Intanto la vostra vasca continua a riempirsi.

Un minuscolo angolino del vostro cervello vi ricorda che dovreste andare a controllare la vasca, anche se questo vorrebbe dire interrompere la vostra splendida performance.

Per fortuna siete un economista. L’angolino del cervello preoccupato per la salvaguardia della vostra abitazione vi consente di ragionare in solidi termini economici:

Probabilmente la vasca non è ancora piena, per cui l’utilità di giocare il prossimo pezzo eccede l’utilità di correre in bagno a chiudere l’acqua.

Forse, invece,  l’acqua sta già uscendo. In tal caso, il danno è ormai fatto  ma il costo dell’allagamento non verrà peggiorato di molto nel tempo di gioco del prossimo blocchetto, mentre invece il piacere che state ricavando dalla partita potrà continuare.

Un’ ulteriore ipotesi è che l’acqua sia proprio al limite… In questo caso dovreste precipitarvi in bagno a interrompere il flusso, ma che probabilità ci sono che sia proprio così? Non c’è modo di calcolare una situazione così indeterminata. Non ci sono abbastanza informazioni per sapere cosa sta realmente succedendo, per cui quasi sicuramente non siamo esattamente a quel punto. Potete lasciar perdere una eventualità così remota.

Avete dimostrato che la questione non merita la vostra attenzione, almeno mentre scende il prossimo pezzo. Potete riconsiderare la cosa durante il piazzamento del successivo, sempre con  quel minuscolo angolino del vostro cervello. Tetris è così divertente!

Così continuate a giocare, tranquilli nella consapevolezza di aver massimizzato l’utilità.

 


(Many thanks to Michael Tobis . L'originale si trova QUI )


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29 agosto 2007

Punti di vista diversi


"Galiani, Steuart, Sismondi, Roscher, Hildebrand, Schmoller, Owen, Marx, Sombart, Weber, Veblen, Commons, Polanyi, Hirschman, Sonnenschein, Strange, ecc., è lungo l'elenco di tutti questi nomi di cui non avete mai, o solo molto poco, sentito parlare, per non parlare di averli letti, ivi compresi coloro che ha fatto brillanti studi di economia! Il mondo delle idee economiche è vasto e tale è sempre stato. È un grande mercato dove il cittadino può attingere a differenti metodi e a differenti punti di vista sul mondo.

Riportarlo ad un percorso stretto e confinato attorno al raffinamento dell'economia neoclassica è in qualche modo disonestà intellettuale. Tanto più che, contrariamente a quanto pensano molti di quelli che si irritano contro il dominio di un discorso economico che non sarebbe niente altro che un'impresa intellettuale di giustificazione normativa del mercato, le idee economiche disponibili sulla piazza del mercato permettono di arrivare a ben altre conclusioni.

Certamente gli economisti più in vista si sono spesso messi al servizio del mercato e dei suoi attori più potenti: i disoccupati? dei simulatori che lo sarebbero meno se si smettesse di indennizzarli; la disoccupazione? la colpa è dei vincoli statali che proteggono le persone che hanno un impiego ed impediscono la circolazione della mano d'opera; i servizi pubblici? monopoli costosi ed inefficaci che bisogna privatizzare; le tasse? prelevamenti che pesano sulla parte più dinamica della società, ecc. Non è tuttavia sulla sofisticazione di ragionamenti economici che questi economisti fondano queste loro raccomandazioni, quanto piuttosto sulle loro scelte politiche personali."

(CHAVAGNEUX, CHRISTIAN: Il grande mercato delle idee economiche ; trovata in rete, corsivi miei)


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27 agosto 2007

Ultime parole famose



Mi sono spesso domandato cosa pensasse l'abitante dell'isola di Pasqua mentre tagliava l'ultimo albero di palma. Forse gridava, come i moderni taglialegna: «Non alberi, ma posti di lavoro»? Oppure: «La tecnologia risolverà tutti i nostri problemi! Non temete, inventeremo un materiale sostitutivo per il legno»; o magari: «È possibile che ci siano altre palme nelle zone inesplorate dell’isola di Pasqua. Si rendono necessarie ulteriori ricerche, perciò il divieto di abbattere gli alberi è prematuro e sparge solo il panico tra la popolazione». È una domanda che ricorre sempre quando si studia una società che si è autodistrutta. Tornando sulla questione […], vedremo che esiste una lunga serie di ragioni per cui un popolo, nonostante tutto, commette questi errori.”

(DIAMOND, JARED: Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere; Einaudi; Torino; 2007; pagg. 124-125)


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26 agosto 2007

Marion King Hubbert (geofisico, 1903-1989)





"Our ignorance is not so vast as our failure to use what we know."


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24 agosto 2007

Per farsi due risate


Non ho voglia di fare post impegnativi.





Il casting di un film di arti marziali.
...se è un fake, il tipo con i nunchaku è veramente bravo...




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22 agosto 2007

Da un pensatore "confutato"...


"Il difensore dell'ordine attuale è propenso a considerare la setta dei filosofi speculativi come un gruppo di intriganti e di astuti furfanti, che predicano ardentemente la benevolenza e dipingono quadri accattivanti di uno stato più felice della società solo per distruggere più facilmente l'ordine stabilito e per poter realizzare le loro nascoste ambizioni personali; oppure li giudica degli incontrollati entusiasti e delle teste calde, le cui sciocche speculazioni e gli assurdi paradossi non sono degni dell'attenzione di una persona ragionevole.
Il difensore della perfettibilità dell'uomo e della società ritorce un disprezzo anche maggiore sul difensore dell'ordine stabilito. Egli lo taccia di essere schiavo dei più miserabili e ristretti pregiudizi, o di difendere gli abusi della società civile perché ne trae profitto. Lo dipinge  come una persona che prostituisce la  sua ragione al suo interesse, o che  è dotata di mente troppo debole per  riuscire ad afferrare un'idea grande e nobile, oppure come un cieco che non riesce a vedere a più di cinque iarde di distanza, e che si dimostra perciò assolutamente incapace di accogliere le opinioni dell'illuminato benefattore dell'umanità.
In questa ostile contesa la causa della verità non può non soffrire. Non si assegna il giusto peso alle argomentazioni realmente valide che l'una e l'altra parte pure avanza. Ciascuno prosegue sulla base della sua teoria, niente affatto interessato a correggerla o a migliorarla alla luce di quanto sostiene il suo oppositore."

(MALTHUS, THOMAS R.; Saggio sul principio di popolazione (1798); Einaudi; Torino; 1977; pag. 8)


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17 agosto 2007

Le illusioni sull'ambiente.


La Terra è ammalata, il clima è impazzito, le risorse si assottigliano. Pian piano (troppo piano) se ne stanno accorgendo un po' tutti. Ma la gente non vuole sapere; vuole sperare. E così la gente «rimuove» le cattive notizie. Chi ne dà notizia è un catastrofico, un apocalittico, e magari anche un uccello di malaugurio. Ma se una cattiva notizia è vera, allora è vera. Ed è purtroppo vero — la scienza è pressoché unanime nel certificarlo — che siamo al cospetto di una catastrofe ecologica che andrà a rendere invivibile anche la vita dell'uomo.

Comincio dalla notizia più sconfortante: che i più indifferenti al loro stesso destino sono i giovani. Gli spregiati anziani si battono, in definitiva, per le generazioni future (al momento della resa dei conti loro, gli anziani del Duemila, non ci saranno più). Ma i giovani se ne sbattono, non gliene frega niente. Il documentario americano di Al Gore, Una verità scomoda, sul riscaldamento globale è stato visto da molta gente; ma, a quanto pare, da un pubblico tutto al di sopra dei 40 anni, nessuno, o quasi, sotto. Il cosiddetto popolo di Seattle gira il mondo diffondendo sciocchezze sul capitalismo e sulla globalizzazione, senza capire che la loro causa dovrebbe essere di salvare la Terra e, con essa, se stessi.

Però anche tra i quarantenni in su l'istinto è di «struzzeggiare». Anche se l'evidenza scientifica sul collasso ecologico è ormai schiacciante, per il grosso pubblico ogni pretesto è buono per non crederci. Il dibattito si svolge su tre fronti: 1) la fallibilità delle previsioni, 2) l'incertezza sulle cause, e quindi sulle «colpe», 3) l'efficacia dei rimedi. Se queste tre indagini vengono pasticciate, allora «l'ambientalista scettico» ha buon gioco nel far confusione. Ma se vengono separate, allora si vede subito che bara al gioco.

1. Nelle previsioni bisogna distinguere tra prevedere un trend, una linea di tendenza, e prevedere una scadenza. Le previsioni sbagliate sono quasi sempre le seconde. Il che non vuol dire che siano sbagliate per eccesso di pessimismo. Al momento risultano semmai sbagliate per ottimismo. Per esempio, la Terra si sta scaldando più rapidamente del previsto. E lo stesso vale per l'esaurimento del petrolio, che potrebbe avvenire anzitempo. Invece la previsione di un trend è raramente sbagliata. Perché in questo caso non anticipiamo il «quando» di un evento, ma che avverrà. E il punto è che lo sbaglio cronologico (di date) non scredita la credibilità di un andamento.

2. In materia di spiegazione causale, l'ambientalista scettico ci racconta che le oscillazioni climatiche ci sono sempre state, e quindi che sono causate da fattori naturali e astronomici che sfuggono al nostro controllo. Se così fosse, saremmo impotenti. Ma per fortuna non è così. Nell'ultimo milione di anni i cicli glaciali sulla Terra si sono ripetuti per durate medie di 100.000 anni; e la più recente «piccola era glaciale» copre un periodo di circa 500 anni con un massimo di raffreddamento tra il 1645 e il 1750. E questi richiami fanno già intravedere radicali differenze tra quei passati e il nostro presente. Il nostro cambiamento è velocissimo e cumulativo, il che induce a sospettare uno sviluppo lineare «senza ritorno », e cioè senza ciclicità. A conferma basta la logica, l'argomento che i fattori scatenanti dell'inquinamento dell'atmosfera e anche del suolo non esistevano in passato.
L'inquinamento industriale, l'inquinamento da automobili, l'inquinamento da produzione di energia, e così via, sono una novità assoluta. Inoltre il problema non è soltanto un inquinamento riscaldante, ma anche un rapido esaurimento delle risorse, ivi incluse le risorse rinnovabili. Il nostro è ormai uno «sviluppo insostenibile », tale perché l'uomo consuma le risorse rinnovabili della Terra — specialmente l'acqua e il cibo — a un ritmo che già supera del 20 per cento la capacità che ha la Terra di rigenerarle. Un ritmo che ha tutte le minacciose sembianze di una crescita esponenziale (come nella sequenza aritmetica 1, 2, 4, 8, 16...).
Dunque che la nostra catastrofe ecologica sia causata da fattori cosmici non è soltanto smentito da tutta la scienza seria e dai milioni di dati che ha raccolto, ma risulta anche una tesi del tutto implausibile a lume di logica.

3. Veniamo ai rimedi. Ovviamente i rimedi dipendono dalle cause, e cioè dalla malattia che li richiede. Altrettanto ovviamente molti rimedi non rimediano: sono sbagliati o comunque insufficienti. L'aspirina non cura la polmonite. L'acqua è un rimedio per la sete ma non per la fame. In gergo tecnico le cause sono chiamate variabili indipendenti, che possono essere tantissime (multicausalità).
Inoltre una variabile indipendente può risultare dipendente da una variabile che la precede. Ma niente paura. Il groviglio viene semplificato se ci chiediamo: qual è la variabile primaria che sta a monte di tutte le altre? E cioè la variabile che più e meglio fa variare tutte le altre?
A mio avviso è la variabile demografica, la «bomba demografica», e cioè l'esplosione della popolazione. In un solo secolo la popolazione si è più che triplicata. Sono passate diecimila generazioni per farci arrivare a 2 miliardi di essere umani. Oggi siamo 6 miliardi e mezzo; e tra 50 anni potremmo essere 9 miliardi. Follia. Si risponde che ci salverà la tecnologia. Forse. Ma forse no. Perché un effetto collaterale della tecnologia è di aggravare il danno. L'uomo dell'età tecnologica ha, rispetto ai suoi antenati, un potere cento volte superiore (dico a caso) di danneggiare il suo habitat. Oggi ogni persona in più dei paesi sviluppati o in rapido sviluppo (Cina inclusa) inquina ed esaurisce le risorse naturali (mettiamo) 50 volte di più di un uomo di cinquecento anni fa.

Comunque, ammettiamo — ottimisticamente — che la tecnologia ci possa salvare. Ma questa speranza è sottoposta a una condizione tassativa: fermare, e anzi fare retromarcia, sulla crescita della popolazione. Volendo, è l'intervento più facile e indolore: basta promuovere con risolutezza l'uso dei contraccettivi. Già, volendo.
Senonché la Chiesa cattolica (non le altre religioni) non vuole, il piissimo presidente Bush non vuole, e i demografi (assieme a molti economisti) vogliono sempre più bambini per alimentare le pensioni. Si può essere più irresponsabili e dissennati di così? Non volere i contraccettivi equivale a condannare, nei prossimi decenni, due miliardi di persone a morire di sete, e un altro miliardo a morire di fame. Anche se queste sono stime all'ingrosso, sono stime attendibili. A fronte delle quali non ci dovrebbero essere tabù (religiosi o emotivi) che tengano. Invece tengono. Ci siamo fregiati del titolo di homo sapiens sapiens. Ma un'umanità che non sa salvare se stessa da se stessa merita semmai il titolo di homo stupidus stupidus.

A proposito: buon ferragosto. Oggi siate lieti e spensierati. Se poi vi interessa il futuro, allora mi potete ancora leggere e «male dire» domani.


- GIOVANNI SARTORI,
Dal Corriere della sera del 15 agosto 2007

Presa da Eddyburg




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13 agosto 2007

Chi sopravviverà al picco del petrolio...




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6 agosto 2007

6 agosto 1945



Dicono che era necessario.
Continuo a pensare che una dimostrazione in un luogo deserto, di fronte a degli osservatori giapponesi, avrebbe sortito lo stesso effetto.




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4 agosto 2007

Da "Breve Storia del NeoLiberismo"


"Non posso convincere nessuno con argomentazioni filosofiche che il sistema neoliberista dei diritti è ingiusto. Ma l'obiezione contro tale sistema è semplice: accoglierlo significa accettare che non abbiamo alternativa a un regime di eterna accumulazione di capitale e di crescita economica illimitata, incurante delle conseguenze sociali, economiche o politiche."

(HARVEY, DAVID; Breve storia del neoliberismo; Il Saggiatore; Milano; 2007; pag. 206)




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21 luglio 2007

Crisi e costi delle materie prime


"Sembra che ben pochi siano interessati ad approfondire sulle cause profonde di questa situazione. Ma non potrebbe lo tsunami economico essere dovuto all'incremento generalizzato dei costi delle materie prime? Niente di strano che un'economia come la nostra, basata sulla trasformazione, vada in crisi profonda per questa ragione. Se le materie prime costano di più, ne consegue che dobbiamo pagare (e lavorare) di più per continuare a produrre come prima. Il PIL magari continua ad aumentare, ma a costo di un impoverimento generalizzato di chi questo PIL lo produce."


...in genere rifuggo da spiegazioni semplicistiche. Ma questa continua ad apparirmi assolutamente convincente. Il post completo si trova QUI




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5 giugno 2007

Lo sapevo già...


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Economic Liberal
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2 giugno 2007



As soon as your born they make you feel small,
By giving you no time instead of it all,
Till the pain is so big you feel nothing at all,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
They hurt you at home and they hit you at school,
They hate you if you're clever and they despise a fool,
Till you're so fucking crazy you can't follow their rules,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
When they've tortured and scared you for twenty odd years,
Then they expect you to pick a career,
When you can't really function you're so full of fear,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
Keep you doped with religion and sex and TV,
And you think you're so clever and classless and free,
But you're still fucking peasents as far as I can see,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
There's room at the top they are telling you still,
But first you must learn how to smile as you kill,
If you want to be like the folks on the hill,
A working class hero is something to be.
A working class hero is something to be.
If you want to be a hero well just follow me,
If you want to be a hero well just follow me.

(John Lennon)




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